Dovrei cercare qualcosa da indossare, anzi, prima dovrei togliere l’odore di sudore della notte passata, che di notte chissà dove vado col corpo che mi ritrovo il pigiama da strizzare al mattino. E invece apro word in fretta, l’urgenza di scrivere per non dimenticarmi della voglia che ho di cadere come quando avevo 8 anni e sbucciarmi le ginocchia. Non posso semplicemente lasciarmi andare sul pavimento, ho bisogno di biciclette, calzoncini risate e grida, ragazzini a ondate, il mantra da ripetersi prima di attaccare in fondo al viale col piede sul pedale pronta a sgommare sguardo basso di sfida che Uma Thurman non c’era ancora e non sapeva niente di me. I pianti, e le botte di mio padre a dare manforte al sangue che scivolava dalla carne viva. Viva. La felicità.
hai soppresso l’amore
attento ai particolari
bruciando lo scontrino
dell’oleandro
che mi regalasti
A volte guardo gli uomini per strada, si grattano la testa a mano piena sbadigliando al semaforo, si limano le unghie con i denti alla fermata dell’autobus, hanno un’aria sono-fregato-se-non-trovo-quel documento mentre scavano nella ventiquattrore e non sono mai imbambolati per il fatto che la notte prima sono stati dentro le loro mogli, fidanzate, donne che frequentano o quelle che non incontreranno mai più. A volte gli uomini per strada mi guardano, suonano il clacson per richiamare la mia attenzione sulla loro frase ad effetto o sguardo ammirato o verso da giungla, praticano la camminata a mezzobusto inferiore mentre quello superiore si gira di tot gradi non umani per seguire il passato in un culo che non conoscono. Forse è per questo che trovo affascinanti gli uomini già impegnati, gli uomini innamorati e quelli che ricordano bene di esserlo stati, perché sono quelli che di giorno non mi guardano distratti dal pensiero incessante di poter svenire da un momento all’altro per quel miracolo che è accaduto poche ore prima nel loro letto, sulle scale di casa, in auto, nell’erba o in una vita lontana.
C’era questa coppia che non avevo notato, la donna l’avrò vista in spiaggia tempo fa che arrancava con borsa da mare e laccetti ferma-ombrellone, l’uomo non ricordo dove ma di sicuro prima della pista da ballo. Se ne stavano curvi al tavolo, curvi con serietà, aspettando l’orata da condire con aceto balsamico per ammazzare il sapore di allevamento. Poi dagli altoparlanti sono venute fuori le dita di quello che era stato pagato per fare pianobar e la voce della pantera in completo improvvisato al suo fianco, e l’uomo si è alzato, si è aggiustato la giacca armeggiando coi bottoni, la donna ha tirato indietro la sedia e, senza guardarsi, come un’abitudine, si sono incamminati sottobraccio con le scarpe ortopediche verso altre schiene già fiere al centro della sala. E lì si sono abbracciati con metodo. Lei guardava a terra, lui le guardava i riccioli corti e argentati in cima alla testa, e io ho capito l’amore dalle sopracciglia di lui, dalla bocca che accompagnava come un fischio la voce della pantera in Bluemoon. Hanno ballato curvi in posizione perfetta, come nella balera in cui si conobbero un secolo fa, guancia contro guancia quando la vita faceva male di più perché non c’era ancora il dolore alle ossa ma solo quello della notte che sarebbe arrivata. E ho pianto, credo di aver pianto di fronte all’orata scondita, ingoiando le spine, ingoiando una vita che non mi appartiene, e credo di aver creato una cornice solo per loro, un occhio di bue che illuminasse i loro passi resi incerti dalla stanchezza e le sopracciglia di lui e gli occhiali di tartaruga miope di lei e le guance attaccate ai premolari finti di lui e lo sguardo di lei sulle mattonelle, le labbra che mimavano uno due tre e quattro, uno due tre e quattro. Due vite dedicate ciascuno a portare il tempo dell’altro, bluemoon, you saw me standing alone.
la bellezza mi spaventa
perché aggredisce
come una mazza da baseball tirata dritta e senza preavviso nello stomaco
la bellezza mi incanta
perché impedisce i movimenti
come l’occhio che non riesce a staccarsi dalla serratura
la bellezza non muore mai
e gli anni servono soltanto ad abituare gli occhi
a tanta luce